"Quando fai un figlio?"

Il vissuto ambivalente della maternita'

Arrivati a 30 anni (se non prima) una volta raggiunta l’autonomia economica e relazionale alcune persone chiedono

 

“Ma quando fai un figlio?”

 

, come se fosse una tappa obbligata nella vita di una donna una volta raggiunti determinati obiettivi. Penso a come sia difficile invece incontrare qualcuno che dica “Un figlio ti cambia la vita. È un impegno che va sentito e valutato”. Insomma, riflessioni che dipendono dall’esperienza di ciascuno. Ci sono donne “childfree”, che scelgono di non volere figli, “mamme a tutti i costi” che desiderano un figlio più di tutto e donne che prima di diventare mamme pensano, si ascoltano e scelgono.

 

È un tema su cui ogni giorno mi trovo a riflettere con le mie pazienti e reputo che le scelte di ognuna vadano rispettate a prescindere dalla filosofia di pensiero. Chiedo di leggere quindi questo articolo come stimolo e non come giudizio verso chi sceglie una strada piuttosto che l’altra.

Scoprire di essere incinta, iniziare a vivere la maternità si accompagna ad un turbinio di emozioni, dubbi e aspettative.
Scoprire di essere incinta, iniziare a vivere la maternità si accompagna ad un turbinio di emozioni, dubbi e aspettative.

il conflitto tra desiderio e paura

Quando si pensa di avere un bambino la donna attraversa molti cambiamenti interni ed esterni che possono sovraccaricare di stress e aspettative. Si può oscillare tra una grande curiosità e desiderio, per un’esperienza che aiuta a crescere e, la paura di non sentirsi all’altezza e di non riuscire a controllare tutto.

 

Molte delle donne che faticano ad avere un figlio (escluse diagnosi mediche) lottano con il loro bisogno di controllo e questo è qualcosa che a lungo andare aumenta la frustrazione.

 

“Con tutti i controlli che faccio e il prendermi cura di me, come mai non riesco a rimanere incinta?”

 

Spesso infatti accade che la donna, anche in base alle esperienze apprese, dietro alla ricerca di un figlio senta preoccupazione e paura, rispetto una situazione che non può controllare. Inizia così una sorta di rimuginio del tipo: 

 

Sarò in grado di prendermi cura del nuovo arrivato? Comincio ad informarti su come funziona, sui rischi della gravidanza e cercherò anche una struttura buona dove poter partorire. Una volta nato dovrò crescerlo bene, farò attenzione ai suoi bisogni, non sarò troppo severa ma lo dovrò educare. Devo passargli dei buoni valori. Cercherò inoltre di non prendere troppi chili, magari mi faccio seguire da una nutrizionista, ecce cc ecc”

 

Molti di questi sono pensieri opportuni che, se presi singolarmente, possono essere anche stimolanti e protettivi.

 

Ciò che rende il tutto faticoso è l’accumulo di ciò la donna comincia a chiedersi.

 

Come se ci fosse qualcuno che continuamente ci dica cosa fare e come. La richiesta è quindi di raggiungere una prestazione che, in un momento delicato e profondo come quello della maternità, rischia di essere troppo. Dall’altra parte possono esserci pensieri del tipo:

 

“Ce la posso fare, anche se sembra faticoso (mi sforzo e non sento la fatica). Ma poi riuscirò ad organizzarmi? Dove lo lascio quando riprendo a lavorare? Avrò modo di dedicarmi uno spazio per me? E con il mio compagno sarà possibile vivere serenamente la sessualità? Riuscirò a dormire? Magari lo lascio dai nonni, però a volte sono invadenti, come li gestisco? E se prendo troppo peso e smetto di piacermi? Voglio anche rilassarmi però e godermi il momento, ma come faccio? Ecc ecc”

 

Anche in questo caso le domande sono tante e legittime.

Le future mamme elaborano una serie di aspettive e pretese rivolte a se stessa, al nuovo nato ed al partner.
Le future mamme elaborano una serie di aspettive e pretese rivolte a se stessa, al nuovo nato ed al partner.

Scegliere di avere un figlio, al di là del suo arrivo, è davvero un’occasione di crescita e di conoscenza di sé.

 

La maternità inoltre attiva modelli di attaccamento che sono stati vissuti da figlie.

 

Se ad esempio ho avuto una mamma in depressione post-partum è possibile (non certo) che possa riattivarsi a livello emotivo, più o meno consapevolmente, ciò che è stato il vissuto da figli in quella particolare circostanza (ad esempio paura, tristezza, solitudine, ecc).

 

Chi ha avuto una mamma depressa sarà quindi una mamma depressa? No, siamo noi gli artefici della nostra storia e della nostra vita.

 

Nessuno di noi sceglie dove nascere e dove vivere, per lo meno i primi anni di vita ma, ad un certo punto, siamo noi a dover prendere in mano la nostra vita e trasformare la nostra storia. Per far questo va presa consapevolezza di chi siamo state, di quello che abbiamo vissuto e che abbiamo imparato di buono dalle nostre mamme per rivederlo con quello che siamo noi e che possiamo fare oggi.

 

Spesso chi viene in studio mi chiede: ma a cosa serve andare nel passato?

 

Andare indietro non serve a cambiare ciò che è accaduto (anche perché non si può) ma, per scegliere che tipo di mamme/donne/persone si può/si vuole essere. Scegliere che strada prendere serve a noi e di conseguenza ai nostri figli, per trovare nuove strade rispetto ad una storia familiare già vista.

 

Il destino non esiste, lo scriviamo ogni giorno.

 

Se avete piacere di fare domande, osservazioni o approfondire qualche argomento scrivetemi.

 

Vi consiglio inoltre la visione del documentario “The beginnin of life” che su questo tema offre molti spunti di riflessione.

 

Al prossimo articolo!

 

Dott.ssa Antinoro Anna

 

Psicologa Clinica

Psicoterapeuta Trainee Adulti, Infanzia e Adolescenza

www.antinoroanna.tk

 

anna.antinoro@yahoo.it

Scrivi commento

Commenti: 0